”Quest’estate ho vissuto nel paese della polvere e dello sfinimento dei corpi. La mia prima visita al Ghetto di Rignano risale all’estate 2014. Quella del Ghetto è stata una scoperta quasi casuale: mentre accompagnavo gli attori di una compagnia teatrale belga nel loro lavoro di ricerca sulla realtà dello sfruttamento nei campi, sono sbarcato a Rignano accompagnato da padre Arcangelo Maira. All’imbrunire di un pomeriggio di tarda estate, un’immagine si è radicata profondamente nella mia mente: quella di un tramonto capace di trasfigurare un luogo che accoglie tutta la miseria del mondo. Per poter conservare una testimonianza di quella luce ho deciso di stabilirmi al Ghetto all’inizio di Luglio scorso, per un mese e mezzo, condividendo il quotidiano di quei migranti e di quelle famiglie venute in Europa alla ricerca di un futuro migliore.

La sola dimensione del loro quotidiano che mi è rimasta inaccessibile è stata quella del lavoro. Una settimana fa, ho letto che un incendio ha spazzato via quella che è stata la mia casa quest’estate. Si legge sui giornali: “Hanno incendiato il Ghetto per colpa di traffici illeciti svolti all’interno della bidonville”. Forse… Ma a mio avviso, queste restano, per ora, solo supposizioni di qualcuno che cerca il “sensazionale” in ogni sbarco clandestino, in ogni vita sfruttata, e che non ha nessuna conoscenza di quello che succede realmente tra le mura di plastica e cartone del Ghetto. La verità è molto più semplice e banale: una donna ha fatto friggere dell’olio in piena notte e non ha accordato la dovuta attenzione a quel focolare che avrebbe ridotto in cenere ogni cosa.

È facile parlare di realtà che non si conoscono, è facile immaginare che il Ghetto sia un covo di banditi, ma scrivere che lì si svolgono numerose attività illecite vuol dire infangare tutte quelle persone perbene che abitano in questo “villaggio africano”.

Che sia ben chiaro: durante la mia permanenza di un mese e mezzo, di droga non ne ho vista, di armi e di organizzazioni di stampo mafioso gestite dai migranti all’interno della baraccopoli neanche l’ombra.

Che attorno al Ghetto, nelle campagne o a Foggia, ci siano interessi di altra natura è un fatto indiscutibile… Solo la prostituzione è una realtà ben presente, ma vivere un mese e mezzo tra i migranti vuol dire anche accettare che nella vita niente è nero o bianco:

qui, la maggior parte delle donne che purtroppo vende il proprio corpo lo fa per scelta, avendo già ripagato il debito nei confronti della persona che ha permesso loro di arrivare in Italia.

Questa premessa per dire che la realtà è molto diversa da quello che leggiamo oggi. Quest’estate, un episodio in particolare mi ha fatto prendere coscienza del divario incolmabile tra il “vero” e la “verità giornalistica”. Verso l’inizio di agosto, ho chiamato un giornalista per segnalargli lo spropositato numero di arrivi e per chiedergli di parlare con la Regione per aumentare i rifornimenti giornalieri di acqua. Mi ha subito avvertito: “Fai attenzione! Non riuscirai a rimanere neanche un giorno tra i migranti: il Ghetto è diventato un posto pericolosissimo, ci sono guerre tra clan tutti i giorni”. Quando gli ho risposto che vivevo lì da circa un mese e che, sì, c’era stata una grossa rissa due settimane prima, ma che per il resto la convivenza era piuttosto pacifica tra gli abitanti del Ghetto, mi ha subito zittito dicendomi: “E magari scoppia un casino, così almeno se ne parla”.

Ora se ne parla. Ora più di 500 persone sono senza quelle quattro mura di cartone che strutturavano le loro vite. Anche la baracca dove ho abitato per un mese e mezzo è bruciata. Non rimane più niente. Quello che rimane è la mia esperienza. Un volontario incontrato durante l’estate, al quale avevo raccontato della mia paura di non riuscire a descrivere la complessità del Ghetto mi ha detto: “Dovresti scrivere un articolo e pubblicarlo accompagnato da un’immagine nera”. Questo vorrebbe dire non rendere conto di tutto quello che le persone che ho incontrato mi hanno offerto: la possibilità di crescere grazie al mio lavoro. Lo dirò con termini semplici che non lasciano spazio a molteplici interpretazioni:

le persone che abitano nel Ghetto sono meravigliose, malgrado le profonde cicatrici che ne attraversano il corpo e le menti.

A 25 anni, ho sempre avuto il sentimento di guardare il mondo dalla soglia della porta: ogni essere umano che mi ha aperto la porta della sua baracca, mi ha permesso di essere “irradiato” dalla sua bellezza, a tal punto da esserne trasformato. Certo, la diffidenza nei confronti di “un bianco” c’è e ci sarà sempre (ormai è diventata una questione quasi genetica), ma al Ghetto sono stato accolto come un re. La risposta ad una certa diffidenza iniziale è stata l’onestà: quando sono arrivato ho detto chiaramente a tutti quelli che mi hanno accolto che volevo passare un mese e mezzo tra i migranti per poter documentare la loro realtà, con il loro consenso e nel rispetto reciproco. E per un mese ho percorso tranquillamente le vie del Ghetto con la macchina fotografica attorno al collo. Ho sempre scherzato con i migranti: “Io sono arrivato in un villaggio di soli africani e sono stato subito accolto come un amico, un fratello, un figlio… Immagina cosa succederebbe se un africano arrivasse in una città di soli bianchi…”

Per quello che ho potuto vedere, nessun giornalista ha passato più di una giornata al Ghetto. E, se lo ha fatto, non è stato totalmente sincero con quei migranti che gli hanno teso le braccia: durante la mia permanenza, ho letto di un reporter “infiltratosi nella rete di prostituzione, droga e corruzione del Ghetto” facendosi passare per un migrante… Una settimana dopo ho incontrato un altro giornalista che mi ha rivelato: “Sono qui sotto copertura: ho già un contratto con una televisione satellitare… Il mio documentario passerà dappertutto, anche in Africa, ma se lo sanno, mi mandano via a calci in culo”. Inutile dire che quel giornalista ha cercato di rubare l’ultima cosa che rimane agli abitanti del Ghetto: la loro immagine.

Inutile dire che quel giornalista non è riuscito a combinare un bel niente… Anzi, alcuni abitanti del Ghetto si sono divertiti a prenderlo in giro dopo averlo scoperto a fare delle riprese di nascosto, in un campo poco distante dalla via principale della baraccopoli. Per vedere cosa realmente stava succedendo vicino Foggia, la settimana scorsa, ho passato tre giorni al Ghetto di Rignano.

Sono arrivato di sera in quello che sembrava un cimitero, un terreno cosparso di resti di abitazioni e di scheletri di nuove case in costruzione. Un burkinabè mi ha ospitato nella sua baracca, una delle poche rimaste in piedi. Quando mi sono svegliato in questo interno fatiscente, come se mi fossi ritrovato da un amico di sempre, avvolto da una coperta che qualcuno aveva adagiato su di me mentre dormivo per proteggermi dal freddo della notte, ho capito che non avrei fatto nessuna foto durante questi tre giorni. In quanto fotografo, il Ghetto è un posto affascinante, dove la luce trova il modo di infiltrarsi in ogni spiraglio, in ogni breccia aperta nelle pareti di cartone. Eppure, durante la mia esperienza con i migranti, mi sono reso conto che ci saranno sempre dei momenti che non potrò o che non vorrò fotografare, forse perché adesso mi manca quella distanza che mi permette di immortalare qualcuno che non mi è più completamente estraneo.

Come fotografare un parente quando questi vive nella miseria più totale? Perché lasciare di lui un’immagine degradante o di cui lui stesso potrebbe vergognarsi? A volte è meglio concentrarsi sulla vita. Forse un giorno scriverò un film sulla mia esperienza, ma per ora osservo, tentando di avvicinarmi il più possibile a quello che si nasconde dietro questo sofferenza, senza avere la pretesa di arrivarci. Ad ogni modo, ogni nostro contatto con questo “mondo” deve partire da un presupposto fondamentale: noi, bianchi, figli del benessere occidentale, non capiremo mai cosa si nasconda dietro quegli occhi che hanno visto i deserti della Libia e le acque del Mediterraneo. Sull’incendio, in sé, si sentono dire molte cose. Io non c’ero quella notte. Non saprò mai cosa sia veramente successo: il Ghetto è un villaggio e in un villaggio le dicerie si spargono veloci…

Su quella notte, non posso che rimanere in silenzio. Per una volta, però, farò un’eccezione e parlerò di quello che non ho visto. Durante la mia ultima permanenza al Ghetto, quello che mi ha lasciato sconvolto, in quanto italiano, in quanto essere umano, è stata l’assenza più totale delle Autorità, istituzionali e non.

Durante questi tre giorni, a circa una settimana dall’incendio, il Ghetto mi è sembrato un posto abbandonato da tutti. In questi tre giorni, l’unica presenza di bianchi, oltre la mia, è stata quella dei testimoni di Geova, figure di un altro tempo, arrivate all’imbrunire. Una di loro, una signora ben vestita, un foulard nero intorno alla testa, si è avvicinata al cantiere della baracca di Gérard, uno dei “decani” del Ghetto, con fare circospetto, come si farebbe davanti ad una bestia rara ma dal potere sconosciuto imprigionata in uno zoo. “Che brutto, mamma mia” andava ripetendo senza sosta…

Quando se ne sono andati, Gérard e il suo aiutante Florent, soprannominato “l’ingegnere”, hanno continuato a lavorare sorridenti, scherzando tra loro, come se quest’incendio non fosse altro che un’ennesima prova imposta da Dio alla quale rispondere con un sorriso. Si, perché al Ghetto la vita va affrontata anche con una punta di umorismo.

Ridere nel Ghetto e, soprattutto, del Ghetto, di un universo che sembra assurdo, vuol dire sentirsi più forti… Condividere questa risata con i migranti uccide sul nascere il miserabilismo e quello sguardo che rimanda loro, come in uno specchio, tutto un mondo di sofferenze.

Durante ogni mio viaggio in questa terra di nessuno, mi sembra di “toccare” sempre più in profondità il mistero dell’essere umano e della sua resistenza alle avversità della vita: al Ghetto si risponde con la gioia ad ogni evento traumatico…

A più di una settimana dell’incendio, molte domande restano però sempre senza risposta: “Dove sono le 300 tende che ci hanno promesso?“, “Dov’è la Caritas?” si chiedono le persone che vivono stabilmente su quei terreni. Per il momento, gli unici a dare una prova concreta di grande umanità sono stati gli abitanti di quelle poche baracche rimaste in piedi: all’indomani dell’incendio, hanno accolto in casa loro il resto della popolazione del Ghetto e un sistema di grande solidarietà è stato subito messo in piedi, in modo quasi spontaneo, nonostante le grandi differenze culturali che intercorrono fra i migranti del Ghetto, dove sono rappresentati circa una quindicina di paesi africani.

L’organizzazione è semplice. Le donne rimangono nelle baracche a preparare da mangiare mentre i loro uomini partono sul cantiere della loro futura casa di plastica e cartone, accompagnati dai loro amici, dai loro fratelli, dai loro figli, come se in fondo la vita al Ghetto non fosse tanto diversa da quella di un villaggio tribale, dove dei veri valori come la solidarietà e la generosità appaiono in tutta la loro nudità, spogliati di artifici. Si aiuta perché si vuole aiutare. Non perché ci si vuole dare buona coscienza. Ma, intanto, gli affari ricominciano. Tutto può diventare business al Ghetto. Niente è definitivo, neanche quest’incendio: infatti, c’è chi ha già cominciato a vendere pali di legno a 2, 3, 9 Euro… E tra una settimana il prezzo del cartone per ricoprire le strutture costruite con quei pali sarà in salita…

“Le malheur des uns fait le bonheur des autres” ho sentito dire più volte durante questi tre giorni. Ricostruire rapidamente una baracca costa circa 500 euro: una fortuna se si tiene conto del prezzo della vita al Ghetto… Certo, chi non ha vissuto questa realtà dall’interno potrebbe indignarsi, ma, in fondo, il problema è sempre lo stesso: il grande silenzio delle istituzioni italiane per aiutare in modo “ragionevole” i migranti…

Un modo ragionevole di abbordare la questione dei flussi migratori non è solo fare sentire la propria presenza d’estate, durante il mese di Agosto, quando il fenomeno dei lavoratori stagionali commuove gli animi benpensanti. L’immagine di questi volontari bianchi che, per tutto il mese di agosto, a partire dalle quattro del pomeriggio, facevano il giro delle baracche per prelevare i bambini e portarli a giocare fuori dal Ghetto, mi sembrava una reminiscenza del colonialismo.

“Questi bambini sono tanto poveri, ma noi diamo loro la possibilità di essere felici” ho sentito dire da uno dei volontari… Come se la pretesa superiorità dell’uomo bianco potesse lei sola vincere la disperazione. No, i problemi al Ghetto sono altri. Tutti quei volontari che ne approfittano per fare selfies con i bambini africani, senza mai mescolarsi ai loro genitori, non hanno alcuna idea di quali sono i veri problemi del Ghetto. I bambini se la sanno sbrigare da soli: l’hanno fatto molto bene durante i mesi di Giugno e Luglio, quando nessun bianco si interessava a loro. 50 volontari a settimana, 3 volontari per ogni bambino del Ghetto… Una cifra che mi è sempre sembrata incredibile, assurda.

No, le sole presenze “necessarie” sono quelle dei medici di Emergency e degli operatori che riforniscono il Ghetto di acqua… Le altre presenze sono solo dei tentativi per mettersi la coscienza apposto. Per capire il Ghetto bisogna abbandonarsi a quella disperazione che “abita” tutti i suoi abitanti.

Questa disperazione crea un equilibrio tale da rendere il Ghetto uno dei luoghi più sicuri della Terra: nessuno vuole attirare l’attenzione. I migranti sanno che se uno di loro ha un problema, tutti gli altri pagheranno.

Quello che i rappresentanti delle istituzioni dovrebbero fare è andare al Ghetto, ripetutamente, osservare cosa succede, stabilire un legame con questa popolazione che altrimenti ci guarderà sempre con diffidenza, specialmente adesso che le voci di uno sgombero imminente si fanno sempre più minacciose. “Tutti sono stanchi. Gli europei vogliono sbarazzarsi di noi” mi ha detto Martina, la moglie di Gérard, quando le ho detto che in Germania bruciano le case degli immigrati.

Oggi, ne sono fermamente convinto, le istituzioni hanno perso la grande occasione che quest’incendio offriva loro: quella di trovare rapidamente una soluzione abitativa che permetta ai migranti di rimanere su quel terreno, ma in migliori condizioni di vita. Spostare gli abitanti del Ghetto a Foggia o in altre località dove non potrebbero né vivere in comunità né lavorare l’estate non è una soluzione umana: significa sradicare degli esseri umani da una terra che, malgrado tutto, hanno fatta loro.

Se vengono a prenderci, facciamo la guerra: il cadavere non teme la bara“. Il Ghetto risorgerà sempre dalle sue ceneri: chiuderlo vuol dire combattere il cancro dello sfruttamento nei campi curandone solo le piaghe esteriori. “Il Bianco è re in Africa, il Nero è schiavo in Europa”: Emiliano venga senza scorta, senza paura. Sarà accolto come un re qualora volesse cercare di trovare una soluzione che non sia vissuta come un’imposizione dai migranti.

È tempo di crescere.

(A cura di Mathieu Volpe, documentarista italo–belga. Testo inviato a Stato Quotidiano con richiesta di pubblicazione quale testimonianza dell’esperienza – 03.03.2016)

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