Il 21 dicembre ricorre una delle due Giornate Mondiali dell’Orgasmo indette annualmente (l’altra è il 31 luglio). L’iniziativa, nata da una coppia californiana, aveva in origine obiettivi di sensibilizzazione alla pace nel mondo, una sorta di “fate l’amore, non fate la guerra”: i fondatori, Donna Sheehan e Paul Reffell, sono, infatti, attivisti che si battono per la pace, per le tematiche ambientali e per la diffusione della cultura. Essi ritengono che i “cultural potholes”, le lacune culturali, danneggino le comunità e le relazioni interpersonali.

Tuttavia, lo scopo originario dell’iniziativa sembra in seguito essere passato in secondo piano (e come negarlo, dando un’occhiata all’attuale situazione mondiale): a farla da padrone è, piuttosto, l’argomento sessuale, con un particolare focus sull’universo femminile. In definitiva, una giornata per discutere di quale sia la percentuale di donne che non riesce a raggiungere l’orgasmo, dei numeri relativi a quante lo simulano e numerosi altri aspetti, dalla posizione preferita, al metodo di depilazione adottato.

Come spesso accade, mentre il mondo femminile viene “messo a nudo” con disinvoltura, affrontando tematiche come queste anche laddove non se ne abbiano le competenze e comunque senza una prospettiva scientifica, quello maschile continua, invece, a essere coperto dal paravento del tabù perché non ne esca intaccata l’immagine tradizionale del corpo virile che opera come un meccanismo perfetto e del quale non si parla con tanta leggerezza come si fa a proposito di quello femminile. Evidenti le conseguenze discriminatorie di tale atteggiamento, lesive, non soltanto nei confronti delle donne, per l’ingerenza spesso superficiale che si fa nella loro sfera privata, ma anche nei confronti di quegli uomini che, volente o nolente, non si riconoscono nel modello virile imposto. In definitiva, un approccio molto lontano dallo spirito dei promotori dell’iniziativa.

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