Negli ultimi anni, occupandomi di attività clinica, è diventata sempre più incessante la presa in carico di casi con conflittualità coniugali. Quando parliamo di crisi nella coppia occorre premettere che spesso questi periodi di cambiamento possono essere risolti in maniera autonoma. Il mondo “buono” non è quello dove non esistono i problemi, ma quello in cui le difficoltà non ci sovrastano, si possono affrontare e, in qualche modo, risolvere.

La crisi c’è quando un problema si dilata e perdura nel tempo, mentre la coppia non riesce a farvi fronte. I motivi delle crisi profonde e destabilizzanti, i più complessi da affrontare, sono solitamente diversi dalle crisi fisiologiche che la coppia metabolizza, o con i quali comunque convive.

Capita sempre più spesso di trovarmi di fronte a coppie in cui o uno dei due o entrambi i partner sono indecisi se restare insieme o lasciarsi: questa situazione si protrae per lungo tempo senza che nessuno dei due riesca ad arrivare ad un dunque, nonostante la sofferenza ed il malessere di entrambi.

Ma perché succede questo?

Secondo la mia esperienza, le ragioni sono fondamentalmente quattro:
1) La presenza di famiglie di origine che interferiscono eccessivamente con il ménage della coppia. Questa eventualità accade solitamente o perché uno dei due membri non si è mai realmente svincolato dalla propria famiglia, oppure quando per via di particolari accadimenti, la famiglia di origine interviene eccessivamente sulla coppia, creando loro disagio.

2) Rottura del patto implicito: ogni coppia basa il proprio rapporto su alcune condizioni che vengono esplicitate chiaramente (“guai a te se mi tradisci”) mentre altre rimangono “non dette” ma date per scontate, per il buon proseguimento della storia. Un partner può quindi tradire la coppia non soltanto andando fisicamente con un’altra persona, ma anche mancando alle aspettative non dette che vengono costantemente nutrite nei suoi confronti.

3) Eventi della vita che vanno oltre la soglia della sopportabilità o che comunque siano imprevisti, come capita con la nascita di un bambino portatore di handicap. Occorre qui prestare attenzione a non confondere il trauma con lo stress: il trauma è un qualcosa per cui non siamo psichicamente attrezzati e pertanto quando ci troviamo ad affrontarlo “scompensiamo”, mentre lo stress è qualcosa verso cui, al contrario, siamo attrezzati. Il fatto che nel corso della nostra vita prima muoiano i vecchi e poi i giovani ha un senso, mentre quando sono i bambini a lasciarci per primi, allora è insopportabile: non abbiamo “spalle psichiche” idonee per sopportare l’accadimento. Il trauma è un terremoto che ci scombina perché fa traballare le cose che in realtà dovrebbero stare ferme. E’ ovviamente una situazione che si può gestire, ma resta un evento che così come scuote il singolo, ha un effetto devastante anche nella coppia. Il lutto di una persona alla quale mi sono sempre aggrappato non è fisiologico, ma traumatico. Una malattia molto grave è un trauma. Un grave tracollo economico è un trauma. Di fronte a questi accadimenti può darsi che la coppia abbia le sue difficoltà e non gestisca.

4) L’evoluzione di un solo partner. Se uno dei due partner evolve in modo da distanziare l’altro per via di una crescita di consapevolezza, di intraprendenza o di maturità, l’altro non lo riconosce più: “non è la persona che ho sposato”. Se invece entrambi evolvono (non necessariamente nella stessa direzione) è un discorso diverso. Ma se cambia solo uno dei due può essere rischioso: nella mia esperienza ho visto che sono più le donne a fare passi avanti, con gli uomini che non le riconoscono e, spiazzati, compiono azioni disfunzionali, per tenerle alla pari (e quindi con risultati scarsi e spesso controproducenti).

La diminuzione dell’attrazione sessuale nella coppia non è in genere un motivo di crisi ma un suo effetto. Solitamente l’attività sessuale è strettamente connessa al benessere complessivo della coppia, pertanto questa componente (come anche quella della comunicazione) si può spesso considerare come una cartina tornasole.

Alcune coppie riescono a rimettersi in piedi da sole anche di fronte a grossi traumi, altre decidono di rompere e provare a voltare pagina individualmente, altre ancora non hanno questa capacità ed entrano in una posizione di stallo, nella quale si ritrovano infelici e scontenti, incapaci di andare avanti o di tornare indietro.

Quest’ultima è forse la situazione più delicata e può capitare che sia la terza generazione a pagare il conto delle questioni non risolte: la condizione di stallo, generando insoddisfazione in almeno uno dei due membri, rischia di spingersi eccessivamente verso i figli, in problematiche che non li riguardano, con il rischio di farli assumere lo scomodo ruolo di partner sostitutivi.

Se da soli non si è in grado di trovare una soluzione, è importante chiedere aiuto, ma occorre identificare con correttezza a chi chiederlo. L’aiuto alla coppia in crisi non lo può dare l’amico di famiglia o un parente, perché possono dare solo consigli che non affrontano il problema non essendo degli esperti, oppure possono essere di parte complicando maggiormente le cose. Un terapeuta di coppia sarà in grado di osservare il problema da una prospettiva differente, offrendo nuove chiavi di lettura del malessere, aiutando la coppia a far emergere le proprie risorse, e accompagnandola senza schierarsi sia che la decisione sia di proseguire il rapporto che di separarsi.

Cosa può fare un percorso di psicoterapia di coppia?

Per quanto riguarda il primo punto, è fondamentale lavorare sulle risorse individuali e di coppia, aiutare da un lato i due partner a capire se c’è ancora una progettualità condivisa, a riflettere sui bisogni e le aspettative della coppia e su qual è stata l’evoluzione nel tempo della storia sia di coppia che individuale.

Parallelamente per arrivare a una decisione, è importante lavorare anche sulla propria storia personale, capire dove e quando sono stati appresi certi schemi relazionali che la persona attua anche nel rapporto con il proprio compagno/a. Una volta raggiunta questa consapevolezza, sarà necessario impararne di nuovi, più efficaci e funzionali, che vadano a sostituire quelli vecchi, ormai disadattivi e portatori di sofferenza.

Una volta fatto questo intervento, il cambiamento relazionale che ne conseguirà porterà spontaneamente la coppia in una direzione o nell’altra. A quel punto sarà possibile, se i due partner lo desiderano, proseguire il lavoro di psicoterapia di coppia (se la coppia ha deciso di restare insieme) per aiutarli a stare meglio, o al contrario di mediazione familiare (se la coppia ha deciso di lasciarsi), per aiutarla a raggiungere gli accordi per la separazione, nell’interesse principale dei figli, laddove presenti.

Ricordiamoci che, se cambiare l’altra persona non si può, si può tuttavia cambiare il gioco relazionale, ovvero quelle modalità in cui si sta “con l’altro”.

                                                 Dott.ssa Libera Gatta
                                               Psicologa-Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale

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