Sono passati solo ottantasette anni da quando Virginia Woolf scrisse, nel suo saggio “Una stanza tutta per sé”, che “una donna deve avere soldi e una stanza suoi propri se vuole scrivere romanzi”. Era riuscita a precorrere i tempi, in particolare nel riconoscere la necessità, per una donna che voglia svolgere una professione intellettuale (ma oggi questo concetto è da estendersi a tutte) della propria autonomia e di propri spazi all’interno della casa e della famiglia.

Polemizzava sul fatto che le donne, relegate al ruolo riproduttivo, non avessero goduto, nel corso della storia, delle condizioni necessarie per una carriera professionale pari, in importanza e opportunità, a quella gli uomini, e che di fatto si trovassero allora in una condizione di ignoranza superiore rispetto a questi ultimi. Nello stesso libro scriveva, infatti, ironicamente:

Ragazze, dovrei dirvi (…) che a mio parere siete vergognosamente ignoranti. Non avete mai fatto scoperte di alcuna importanza. Non avete mai fatto tremare un impero, né condotto in battaglia un esercito. Non avete scritto i drammi di Shakespeare, e non avete mai impartito i benefici della civiltà ad una razza barbara. Come vi giustificate? È facile dire, indicando le strade, le piazze, le foreste del globo gremite di abitanti neri e bianchi e color caffè, tutti freneticamente indaffarati nell’industria, nel commercio, nell’amore: abbiamo avuto altro da fare. Senza la nostra attività nessuno avrebbe solcato questi mari, e queste terre fertili sarebbero state deserto. Abbiamo partorito e allevato e lavato e istruito, forse fino all’età di sei o sette anni, i milleseicentoventitré milioni di esseri umani che secondo le statistiche sono attualmente al mondo; e questa fatica, anche ammettendo che qualcuno ci abbia aiutate, richiede tempo.”

Di cambiamenti, da allora a oggi, nella vita delle donne, ce ne sono stati, e di importanza sostanziale. Questo vale anche per l’Italia, dove, se la lotta per le pari opportunità ha fatto grandi passi negli ultimi decenni, non si può, tuttavia, ancora parlare in termini di reale parità. Dati Istat dell’ottobre 2015 hanno dimostrato come in Italia i percorsi lavorativi delle donne siano più spesso caratterizzati da lavori atipici rispetto a quelli maschili e che, a parità di titolo di studio, il reddito medio di un uomo sia più alto di quello di una donna.

La condizione delle donne, in modo particolare delle più giovani, è inoltre complicata dalla necessità di far fronte a problematiche che ai tempi di Virginia Woolf e fino a poche generazioni fa non erano appannaggio delle donne: provvedere alla propria sopravvivenza materiale, pianificare anche in funzione di questa il proprio futuro, pagare una stanza o una casa “tutta per sé”.

Si tratta di una realtà doppiamente critica per le donne: combattere il predominio degli uomini sul lavoro, garantendo prestazioni lavorative talvolta di maggiore impegno rispetto a quelle maschili, proprio per non uscirne sopraffatte, garantire in famiglia il rispetto di alcuni ruoli tradizionali, comunque spesso pretesi, non da ultimo provvedere al proprio mantenimento in un mondo del lavoro e delle professioni decisamente ostile nei confronti dei giovani e delle donne, affrontando continuamente compromessi e rinunce.

Si tratta di esigenze di una società che è maturata solo in modo parziale rispetto al ruolo femminile, che accetta i cambiamenti ma solo fino a un certo punto, curandosi sempre di tenere il piede in due diverse scarpe. Colpa del sopravvivere di vecchie mentalità, legate forse all’alta età media degli Italiani? O la colpa è esclusivamente degli interessi economici in causa?

Manca una presa di posizione reale a favore delle giovani donne – in particolare di quelle che lavorano – che parta prima di tutto dalle donne stesse: che le più adulte aprano gli occhi di fronte agli sforzi e alle difficoltà che le giovani incontrano nell’ambito di scenari di vita nuovi e più difficili del passato – affrontare la vita da sole, lavorare pagando la propria casa e la propria libertà, crescere figli senza la rete di protezione della famiglia e del “clan”, smettendo, piuttosto, di considerarne solo i vantaggi in termini di libertà personale di cui godono e l’essere figlie di un mondo del benessere.

Chi oggi si affaccia sull’orizzonte del lavoro, e non gode i frutti dell’“Italia d’oro” dei decenni passati, sa che quel mondo è già svanito. Sa, inoltre, di dover fare i conti fin da subito con un futuro professionale che non si prospetta facile, in particolare per una donna. Buona parte delle ragazze non può permettersi di scegliere la propria professione in libertà: sa già che il mondo del lavoro è saturo ed è un mondo che non ha bisogno di loro, un mondo che ha fatto già da sé, al quale adattarsi per sopravvivere, piuttosto che impegnarsi per cambiarlo. Ma non è indifferenza, solo mancato coinvolgimento, senso di esclusione. Sono ragazze che provano a reinventarsi nei modi più disparati, scendendo subito a compromessi, consapevoli della mancanza di un’alternativa, e accettano di dover fare sempre una fatica più grande: studiare e lavorare il doppio per avere la metà delle possibilità di carriera che avrebbero avuto fino a poche decine di anni fa; poi, sopravvivere con i compensi irrisori di tirocini retribuiti, rimborsi spese, svolgere lavori diversi da quello per il quale si è studiato e che sono quasi sempre precari; infine imparare a non sognare la stabilità di una famiglia, vivere, piuttosto, con la valigia pronta, raccattando gli avanzi della festa, quella che è stata fatta dagli Italiani prima della loro nascita. L’impegno non manca, che non manchi il riconoscimento sociale di quanto le giovani donne di oggi stanno facendo.

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