Come tanti suoi coetanei, Enrico Cascavilla vive all’estero. Esperienze di studio e di lavoro l’hanno portato ad una laurea in fisica e al trasferimento a Londra, dove svolge una professione singolare e non facilissima in Italia, il cui stesso nome è intraducibile nella nostra lingua: sound designer.

Enrico si riferisce al suo lavoro come ad un interesse che sia qualcosa di più di una semplice passione. Approfondendo il discorso, spiega che nella nostra società siamo costretti a pensare in maniera pragmatica: ad un lavoro, una famiglia e tutta una serie di luoghi comuni. Quando dice un “interesse che va sopra una passione”, intende qualcosa che vorrebbe diventasse parte della sua vita in maniera permanente, che non accetta solo come ritagli del tempo che resta: ”Tutto il tempo che ho è dedicato a questo: non distinguo più tempo libero da lavoro”

Impegnato in passato in diversi progetti, Enrico ha di recente portato avanti una collaborazione con Nicola Spadafranca, fotografo manfredoniano, nell’elaborazione di un video basato sul montaggio fotografico e sull’aggiunta dell’audio, che ha poi reso pubblico. Ne viene fuori un lavoro finalmente capace di raccontare una storia.

Video:

Enrico, perché sei a Londra e di cosa ti occupi?

Sono venuto a Londra dopo la mia laurea in fisica. Il mondo dell’audio, da ex alunno del conservatorio, ha sempre suscitato un interesse che era più di una semplice passione.Unendo fisica, musica e nuove tecnologie sono finito a lavorare come sound designer: l’Italia non è proprio il posto migliore per questo settore, quindi mi sono ritrovato a scegliere un’altra città e un’ altra nazione. Ora sono qui e cerco di aprirmi una strada in questo settore, come freelance. Londra, poi, è una città che ti permette di sopravvivere facendo lavori di qualsiasi tipo e di continuare a coltivare il tuo sogno

Con tutti gli italiani che ci sono a Londra ti stai comunque ritagliando un tuo spazio?

Di italiani ce ne sono veramente tanti, ci sono giorni in cui l’inglese non lo parlo per niente…Per ora lo spazio che mi sono ritagliato è piccolo, non sono ancora in grado di sopravvivere con questo lavoro, che è abbastanza elitario, per un motivo genetico, credo. Siamo abituati a fidarci principalmente degli occhi trascurando completamente gli altri 4 sensi

Nello specifico?

Capita che per la maggior parte dei video prodotti nel mondo non ci sia un responsabile audio. Si preferisce tagliare il budget sull’audio, facendo un rozzo sound design o comprando una musica preconfezionata da siti specializzati

Quindi è un lavoro complesso anche per una realtà come quella londinese?

E’ un lavoro complesso un po’ in tutto il mondo. Solitamente i sound designer che non hanno un nome sono costretti a fare altri lavori, inerenti o no. C’è chi fa il fotografo, il web designer, il videomaker, il programmatore…ma se tutti i video stanziassero anche un piccolo budget per l’audio, ci sarebbe lavoro per tutti

Se la complessità è tale, cosa ti impedisce di svolgere il tuo lavoro in Italia, per esempio a Milano?

Milano è senz’altro, da quello che so, la città italiana migliore per questo settore. Ma Londra è la capitale europea, sotto tutti i punti di vista. E ti da molto: l’opportunità di conoscere persone di ogni nazione, o un tuo potenziale partner o cliente al pub, gallerie d’arte che potrebbero ospitare tue installazioni, tante agenzie di produzioni video con cui potresti lavorare, e soprattutto persone che con le loro conoscenze e il loro interesse possono aiutarti a sviluppare nuove idee e a migliorarle

Parlaci dei progetti che hai portato avanti fino ad ora

Per aprirmi un piccolo spiraglio ho iniziato innanzitutto a giocare e fare piccole cose. Poi, un progetto fotografico dove ricreavo un audio realistico che idealmente era quello ascoltato dal fotografo in quel momento…Ho sonorizzato un film muto, uno dei primi corti horror sperimentali del 1908, The Haunted House. Ora sto lavorando per fare una mappa sonora del comune di Londra dove vivo, Hackney, con un altro amico italiano, e dovrebbe arrivare, non so quando, un’animazione con un team di amici in cui io farò musica e sound design, aiuterò nella regia e nel concept

Cos’è esattamente una mappa sonora?

La mappa sonora è un modo diverso per guardare un territorio, o meglio per ascoltarlo. Tecnicamente si registrano soundscape (paesaggi sonori ndr) un po’ dove capita, cercando di captare suoni caratteristici di un posto: una mappa sonora senza suoni caratteristici, come può essere il centro di una città, dove magari si sente solo il traffico, ci porta alla conclusione che non ha un aspetto sonoro interessante e questo è direttamente collegato alla qualità della vita. Più suoni particolari riesci a captare, più un posto è interessante

E questo nuovo lavoro, che condividi oggi con noi?

Questo progetto nasce da un dialogo tra me e Nicola: mi disse che gli sarebbe piaciuto avere qualcosa di nuovo e di inusuale con le sue foto utilizzando le mie capacità. Per la prima volta ho deciso di fare anche il video per avere totale controllo dell’audio che volevo creare. Le foto mi piacquero da subito, va sottolineato che sono fotografie scattate in analogico, in altissima qualità, stampate e scannerizzate. Dopo averle guardate prima con lui e poi a lungo sul mio computer, insieme e da solo ho trovato delle somiglianze che mi hanno portato a trovare un percorso e una storia. Cominciamo dalle prime 4 foto che precedono il titolo: la prima sembra una costellazione (semplici conchiglie sparse, in realtà); la seconda sono 3 meduse, che a me sembrano un sistema planetario; la terza è una gigantesca palla di polistirolo alta due metri che chiaramente ricorda un pianeta; la quarta è solo sabbia, ma potrebbe essere uno zoom di Google Earth. Quindi, con 4 foto, ho creato l’atterraggio su un pianeta. Poi c’è la parte che ho chiamato ‘conoscenza’: questo astronauta immaginario vede nuovi panorami: spiagge, sabbia, e inizia a camminare con una musica misteriosa di chi ha curiosità e non sa cosa può aspettarsi; mentre cammina avverte delle presenze, fatte da immondizia antropomorfa. C’è una sorta di equilibrio di conoscenza reciproca tra il pianeta e l’esploratore, che nel cammino non si rende conto di una lampada a terra, che verrà schiacciata. Questo rumore rompe l’equilibrio, gli uccelli scappano e l’esploratore viene preso dalla paura di questi movimenti intorno a lui, iniziando una corsa in prima persona dove osserva figure e animali strani (perlopiù sotto forma di immondizia) fino a un crescendo di emozioni verso l’ultimo urlo, alla fine della corsa: il buco nero che gira. Questa foto, che è forse la mia preferita, non ho potuto metterla per intero, ho dovuto piegarmi alle esigenze visuali.

Qual è, fuor di metafora, il senso del progetto?

Nell’ultimo atto c’è una sorta di rivelazione: in questo pianeta non si può distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, questa è la ragione del binomio tra due foto nel momento più alto. Tutto è alla fine una metafora su questo mondo fatto ormai solo di rifiuti, reali e spirituali-psicologici, dove non siamo più in grado di distinguere, appunto, ciò che è vero da ciò che è falso, ciò di cui si ha bisogno. Tutto ciò porterà al collasso del pianeta ma anche dell’uomo singolo: schiacciati da cose inutili, da falsi valori, costretti a correre per sentirci salvi, senza valori corriamo senza una meta, con esitazione, perché non è la nostra natura ma è qualcosa di indotto dalla nostra società. Al giorno d’oggi tutti ci aspettiamo sempre un colpo alle spalle, la fiducia negli altri sta cadendo, dalla politica agli uomini di cultura (che sono sempre meno) agli amici e alle persone che ci sono vicine. Siamo portati a pensare alla vita con un pizzico di cattiveria ed egoismo. Vogliamo essere capiti, ma…non siamo forse i primi a non capire gli altri?

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