Foggia. Nonostante sia quasi certo che l’8 marzo sia un riuscitissimo falso storico – come dimostrato da Tilde Capomazza e Marisa Ombra, redattrici rigorosamente femministe di un libro edito da ‘Utopia’ dedicato ai riti della giornata internazionale della donna- la liturgia delle tristi mimose sta per compiersi. Avevo giurato a me stessa che mai più mi sarei interessata di donne così come ho fatto negli ultimi dieci anni della mia onorata carriera dedicata alle pari opportunità! Sapevo bene che quel giuramento dissimulava il desiderio di raccontare di una rivoluzione di vedute che sul tema si era consumata in me. Partiamo da tutto quello che non si può discutere e che sembra sia ancora lontano da un’epifania femminile. Ad esempio la fatica di quelle donne normali a vivere il quotidiano fatto di un lavoro spesso poco retribuito, di ristrettezze economiche, di figli disoccupati e lontani, di compagni amati e disattenti, di genitori anziani a cui questa società- che impegna la metà della sua proposta culturale in convegni, associazioni, documenti, iniziative a favore del genere e delle pari opportunità- sembra guardare come ad un un ricco menù a cui attingere, ma solo per un lauto convivio. Io stessa sono stata una delle più interessate commensali.

Le ricordo le lettere che in arrivavano in commissione regionale per le pari opportunità. Parlavano soprattutto di dignità. Di lavoro e dignità. Di sfregio alle competenze e al merito che venivano umiliati da capi attraverso metodi che hanno a che fare con la miseria del genere umano e non solo del genere maschile. Proposte ricatto fatte ad una donna in cambio dell’assunzione, di un aumento di stipendio, sotto la minaccia di un licenziamento da parte di un superiore. Richieste di aiuto per molestie,una costante generalizzata che avvelena l’aria e svilisce la lavoratrice. Ma anche lettere di donne che vedevano mortificato il loro impegno politico in amministrazioni in cui le giunte non avevano rispettato la quota di genere. Sacrosanto. La rappresentanza è un tema serio. Forse uno dei pochi che può incidere davvero sul cambiamento. Ma spesso qui ci siamo fermate e soffermate. Facendo ruotare tutto intorno a noi. Si sono fatte battaglie e affermate certezze che tengono fuori chi prova a dire che non concorda. L’arroganza ideologica che schiaccia e annulla inesorabilmente il vero senso dell’essere donna.

Il femminismo ha preso tante strade giuste ma tante le ha anche sbagliate. E chi la pensa così è dalla parte delle donne. Basta con i copyright. Il pensiero della differenza è una delle strade sbagliate. Perché sostenere una naturale diversità nel carattere e nella personalità di uomini e donne significa annullare anni di condizionamenti culturali che hanno plasmato le idee di”femminilità” e “mascolinità” e che tutt’oggi si presentano come modelli obbligati, limitando la libertà di essere se stessi di ognuno di noi e riducendo ogni individuo entro schemi predefiniti. Ciò significa negarne l’individualità e la soggettività. Abbiamo dimenticato le donne reali e abbiamo rincorso interessanti temi surreali. Posso dire che abbiamo dedicato tempo prezioso del nostro impegno per i diritti delle donne a parlare di doppia preferenza, di grammatica della differenza, di medicina di genere, di cucina di genere, di stereotipi di genere rendendo tutto scontato e ritrito, e in più condito con la supponenza di chi ritiene di essere depositaria della verità e guarda con aria compassionevole le “povere donne” che ancora non sono state evangelizzate dalla cultura della differenza. Basta, mi sottraggo alla farsa. Per l’8 marzo è stato indetto un giorno di sciopero? Non so quante aderiranno, molte di loro non possono permettersi di perdere 100 euro sul loro stipendio. Serve un cambio di prospettiva: le donne non votano le donne? E perché dovrebbero? Se un uomo ha sensibilità di genere e competenze il problema non si pone, se anche nella legge regionale sulla doppia preferenza avessimo avuto meno lacci “ideologici” forse avremmo portato a casa il risultato. Invece ci siamo relegate in un ostinato pensiero della differenza, in una grammatica di genere che pensavamo portasse ad un cambio di mentalità in stereotipi peggiori di quelli che vogliamo combattere.

Dopo un lungo percorso in questo campo, riattraverserei tutto il mare ma con un coraggio diverso: il coraggio di essere donna rivendicando libertà di scelte e autodeterminazione senza la censura per cui, se non agisci secondo quel rituale, sei fuori.

(A cura di Rosa Cicolella, ex presidente Cpo Puglia)

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