Tre giovani laureati su quattro hanno lasciato il Sud negli ultimi 10 anni. Un fenomeno di una gravità senza precedenti, ancora più marcato a Manfredonia e in Capitanata.

Dopo la crisi dell’industrializzazione, vi è stata l’esaltazione del localismo virtuoso, e si è lanciato un monito al Sud: Alzati e cammina. Negli ultimi tempi il Meridione è uscito di scena, non si è alzato, alcuni abitanti si sono rifugiati in una visione di un Sud ricco, più ricco del Nord, ma da quest’ultimo sfruttato. Il Sud è uscito scena, nonostante fosse chiaro a tutti che solo lo sviluppo delle regioni meridionali avrebbe aiutato l’intero Paese a uscire dalla crisi.

Questi anni difficili hanno prodotto conseguenze con cui bisogna fare i conti a lungo: maggior peso dell’economia criminale, indebitamento e crisi dei Comuni, emigrazione che in alcune regioni è diventata un vero esodo. La crisi ha avuto un impatto maggiore perché la risposta si è concentrata sul taglio della spesa pubblica, che costituisce nel Sud il motore dello sviluppo; se viene meno tutta la macchina si ferma.

La crisi ha prodotto un drastico ridimensionamento dei distretti industriali, ha aumentato la disoccupazione, ha contratto le spese per il welfare… Insomma il dualismo territoriale Nord Sud si è accentuato. Hanno resistito le poche industrie orientate all’export e quelle, ancora più rare, che si affacciano in settori innovativi. Si affacciano e non decollano. Tra queste c’è l’industria culturale e creativa, ma anche questo settore è debole. Nell’immaginario l’Italia è il paese della cultura e della creatività, però l’industria creativa assorbe solo il 2,2% degli occupati, contro il 3,2% di Francia, Regno Unito e Spagna. Gli occupati sono 62.500 a Milano e provincia, 61.600 a Roma. Nell’intero Sud, comprese le isole, sono 75.000. Parliamo di imprese creative che comprendono editoria, cinema, teatro, web, design, beni culturali… Abbiamo imprese di eccellenza e talenti individuali in un deserto socioculturale e istituzionale, anche per l’incapacità di fare rete.

Sul piano sociale una crescita dei Neet (2 milioni al Sud) e l’emigrazione dei giovani laureati. E qui i dati sono sconvolgenti. “Un fenomeno di una gravità sociale che non ha precedenti nella storia del Mezzogiorno”. Tre figli su quattro della middle class hanno lasciato il Sud negli ultimi dieci anni. “I dati della Svimez e dell’Istat non registrano gran parte di questa emigrazione perché essa avviene mantenendo la residenza nel Mezzogiorno”. A differenza degli anni ’50 e ’60, i figli della classe operaia e delle famiglie povere restano, ma in condizioni di precarietà, tentando senza sicurezza la via dell’emigrazione. Un grande fallimento, la cui soluzione e “il cui peso non può cadere sulle spalle di un debolissimo sistema manifatturiero o trovare risposte solo nel turismo o nel ritorno all’agricoltura”(Petrosino – Romano).

La crisi si potrebbe trasformare in sottosviluppo permanente. Uno “tsunami”, con conseguenze imprevedibili. La popolazione meridionale potrebbe ridursi in un cinquantennio al 27,3% di quella nazionale rispetto all’attuale 34,4%. Una perdita di oltre 3 milioni di abitanti.

In conclusione. La popolazione a Manfredonia e in Capitanata è molto al di sotto di quanto è riportato. Cervelli in fuga? Quelle che vanno sono semplicemente persone. Manca il lavoro, ma i rapporti sociali e istituzionali e il discorso politico sono ingessati, poveri di slancio e di coraggio. Infine smettiamola di parlare solo di turismo, con la Giunta regionale che sembra sia sempre in giro tra assaggi di orecchiette e vini…

Per rimanere nel tema e per consolarci una bella bevuta sulle orme del grande Giuseppe Gioacchino Belli: “Seguitamo un par d’ora de sgoccetto/… E appena visto er fonno ar bucaletto/ ‘na pissciatina, ‘na sarvereggina, / e in zanta pace ce n’annamo a lletto”. Buonanotte Mezzogiorno (è il titolo di un libro utile e interessante, da poco uscito).

(A cura di Paolo Cascavilla, fonte www.futuriparalleli.it, 08 aprile 2017)

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