(ANSA) – BERGAMO, 4 MAR – “Non ho mai visto né conosciuto Yara Gambirasio”: è quanto ha detto Massimo Bossetti, rispondendo per la prima volta alle domande del pm Letizia Ruggeri in aula a Bergamo. Il muratore, dopo aver raccontato la sua vita lavorativa, è entrato nel merito del suo interrogatorio affermando di non aver mai conosciuto nessun componente della famiglia Gambirasio se non, di vista, il padre della tredicenne Yara.

Omicidio di Yara Gambirasio (Da Wikipedia, l’enciclopedia libera). L’omicidio di Yara Gambirasio è un caso di cronaca nera che ha visto vittima una ragazza tredicenne di Brembate di Sopra (BG), scomparsa il 26 novembre 2010. Il caso ha assunto una grande rilevanza mediatica, oltre che per la giovane età della vittima, per l’efferatezza del crimine e per diversi avvenimenti nel corso delle indagini, quali l’arresto e il successivo proscioglimento di un primo sospettato, le circostanze del ritrovamento del corpo e le modalità inusuali dell’individuazione dell’attuale unico accusato. Il relativo procedimento giudiziario è ancora in corso.

I fatti. La scomparsa. Venerdì 26 novembre 2010, alle 18:44, Yara lascia da sola il Centro Sportivo di Brembate di Sopra dove si allena in ginnastica ritmica. La sua casa dista 700 metri, ma la ragazza non vi arriverà mai, poiché le sue tracce vengono perse poco dopo. Alle 18:47 il suo telefonino viene agganciato dalla cella di Mapello, a tre chilometri da Brembate, dopodiché il segnale scompare. Il 5 dicembre viene indagato l’operaio marocchino Mohammed Fikri, fermato a bordo di una nave diretta a Tangeri, che lavora in un cantiere edile di Mapello, dove i cani molecolari sembravano aver rilevato l’ultima traccia di Yara. L’operaio è incriminato per un’intercettazione telefonica ambientale nella sua lingua, rivelatasi poi priva di valore a causa di una traduzione errata. L’immigrato risulterà del tutto estraneo alla vicenda e riuscirà a dimostrare che il suo viaggio in Marocco era stato programmato da tempo; la sua posizione verrà così archiviata.

Il corpo di Yara viene ritrovato casualmente solo tre mesi dopo, il 26 febbraio 2011, da un aeromodellista in un campo aperto a Chignolo d’Isola, distante 10 chilometri circa da Brembate di Sopra in direzione sud-ovest. Vengono rilevati numerosi colpi di spranga sul corpo, una trauma cranico (inferto probabilmente con un sasso), una profonda ferita al collo ed almeno sei ferite sul corpo da arma da taglio, tuttavia non letali. Nei mesi seguenti si ipotizza che la morte sia sopraggiunta in un momento successivo all’aggressione, a causa del freddo e dell’indebolimento dovuto alle lesioni. Sul corpo non appaiono segni di violenza carnale. Il 28 maggio si svolgono i funerali nel centro sportivo seguiti da migliaia di persone e celebrati dal vescovo di Bergamo Francesco Beschi. Viene anche letto un messaggio del presidente della Repubblica. Lo scrittore e giornalista Roberto Saviano ipotizza nel frattempo un possibile coinvoglimento della criminalità organizzata e del traffico di cocaina nei cantieri edili del bergamasco, ma la pista si rivela infondata. Saviano afferma che il padre di Yara, il geometra Fulvio Gambirasio, avesse testimoniato contro imprenditori collusi con la camorra e che il rapimento (degenerato in delitto) fosse una ritorsione malavitosa, ma la circostanza è smentita.
“Ignoto 1” e l’arresto di Massimo Bossetti

Il 16 giugno 2014 viene arrestato Massimo Giuseppe Bossetti, un muratore incensurato di 44 anni. A lui si è arrivati per la sovrapponibilità del suo DNA con quello di “Ignoto 1”, rilevato sugli indumenti intimi di Yara e ritenuto dall’accusa riconducibile all’assassino. Tale DNA era risultato correlato con quello di un frequentatore di una vicina discoteca (persona estranea ai fatti e fra i tanti sottoposti a prelievo del DNA in un’indagine “screening”), dal quale, tramite l’esame di vari soggetti del ramo familiare con profilo genetico via via più strettamente correlato, si era risaliti a Giuseppe Guerinoni, autista di Gorno deceduto nel 1999[6], identificato come padre di “Ignoto 1”. I figli legittimi di Guerinoni furono esclusi dai sospetti grazie agli alibi che rendevano impossibile ogni coinvolgimento. Solo dopo molti tentativi, con l’aiuto della confidenza di un collega dell’autista a proposito di una sua relazione risalente a molti anni addietro, si è riusciti ad individuare anche la persona con DNA compatibile con la madre di Ignoto 1, abitante in un paese vicino. Sulla base di alcuni indizi, a uno dei due figli della donna, Massimo Bossetti, viene prelevato con uno stratagemma il DNA, che l’accusa, con la certezza virtuale propria della prova genetica, individua come corrispondente a quello di “Ignoto 1”. Altro elemento portato dall’accusa è il fatto che Bossetti avrebbe stazionato e sarebbe passato ripetutamente con il proprio furgone davanti alla palestra di Yara, nella strada visibile nelle telecamere di sorveglianza. Tuttavia, per ammissione del colonnello Lago, tale filmato sarebbe stato montato ad uso della stampa partendo da immagini diverse, e non è certo che mostri sempre lo stesso automezzo come dichiarato da subito.

La difesa contesta la prova genetica per la mancanza di DNA mitocondriale nel campione esaminato, che normalmente sarebbe sempre associato a quello nucleare. Inoltre tale tipo di DNA è presente sugli indumenti di Yara ed è riferibile a più individui, ma non a Bossetti; la procura sostiene che ciò sia effetto di contaminazione, affermando la validità del test anche se relativo al solo DNA nucleare. Bossetti sostiene il trasferimento accidentale di DNA da alcuni attrezzi rubatigli, sporchi del suo sangue a causa di epistassi, di cui soffrirebbe regolarmente. La moglie di Bossetti afferma che il marito era con lei a casa la sera del delitto, mentre la sorella gemella denuncia misteriose aggressioni, che per la procura sono infondate.
Il processo

Il 26 febbraio 2015 vengono chiuse le indagini e per Bossetti, che resta l’unico indagato, viene chiesto il rinvio a giudizio, mentre la difesa ne chiede ripetutamente la scarcerazione, valutando poi l’opportunità di chiedere il rito abbreviato. La difesa sostiene la tesi della contaminazione genetica e che, tra i numerosi reperti di DNA presenti sul corpo, sarebbe stata ritrovata una traccia più chiara di quella di Bossetti, chiamata da loro “Ignoto 2”. Chiede inoltre un’indagine sugli intestatari dei numeri di telefono presenti nella SIM del cellulare di Yara, molti dei quali sono stati sentiti dagli investigatori. Il 27 aprile 2015 si apre, con l’udienza preliminare davanti al GUP, il processo di primo grado al tribunale di Bergamo, per l’accusa di omicidio volontario aggravato e calunnia (nei confronti di un collega). Gli avvocati contestano anche la presunta[15] non ripetibilità del test del DNA, effettuato senza la presenza della difesa; tuttavia, nel momento della determinazione del profilo genetico di Ignoto 1, Bossetti non era né indagato né tantomeno noto alla polizia e non era quindi possibile la presenza di alcuna difesa. Il GUP decide l’apertura del processo davanti alla Corte d’Assise per il 3 luglio 2015, mentre la difesa di Bossetti ha convocato ben 711 testimoni, sostenendo che Yara sia rimasta vittima di bullismo. Il criminologo Alessandro Meluzzi, consulente di parte della difesa di Bossetti, ha criticato il processo di identificazione di Bossetti con Ignoto1 in quanto il DNA sarebbe contaminato.

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