Mi si intimava silenzio con terribili minacce, mentre così stanca e digiuna mi facevano riprendere il viaggio che durò di seguito tutta la notte. Al primo albeggiare, entrammo nel loro paese. Non ne potevo proprio più. Uno di essi mi afferrò per una mano e mi trascinò nella sua abitazione, mi introdusse in un bugigattolo, pieno di arnesi e di rottami, ma non vi erano né sacchi né letto; il nudo terreno doveva servire a tutto. Mi diede un tozzo di pan nero e mi disse: “Stai qui”, e uscendo chiuse la porta a chiave. Stetti colà più di un mese. Un piccolo foro in alto era la mia finestra. L’uscio veniva aperto per brevi istanti per darmi un magro cibo. Quanto io abbia sofferto in quel luogo, non si può dire a parole. Ricordo ancora quelle ore angosciose quando, stanca dal piangere, cadevo sfinita al suolo in un leggero torpore, mentre la fantasia mi portava fra i miei cari lontano lontano…
Lì, vedevo i miei amati genitori, fratelli e sorelle, e tutti abbracciavo con trasporto e tenerezza, narrando come mi avevano rapita e quanto avevo sofferto.

A scrivere questa dolorosa pagina di diario è Bakhita, considerata

Bakhita
Bakhita. Foto: http://vultus.stblogs.org/

oggi dai cattolici la santa patrona delle vittime di tratta. Nata in Sudan nel 1869, ancora bambina venne rapita e venduta come schiava. Dimenticato il proprio nome, assunse quello che le imposero i suoi rapitori, che significa “fortunata”. Visse la schiavitù delle catene e subì ogni forma di violenza, finché, comprata da un diplomatico italiano, giunse in Italia. Acquisterà in seguito la libertà, diventerà cristiana e religiosa canossiana.

L’Italia, per Bakhita, è stata sinonimo di libertà: non così per molte delle ragazze che vi giungono oggi soprattutto dai paesi dell’Est Europa e dall’Africa, alla ricerca di un lavoro e di un futuro migliore, e che finiscono sulla strada, affrontando quotidianamente le minacce e le violenze di prottettori e “maman”, dopo un viaggio nel quale hanno subito ogni forma di abuso. Nel corpo e nell’anima ne portano i segni: dalle cicatrici delle violenze, a quelle di aborti effettuati in condizioni igieniche inimmaginabili, all’essere state trattate come merce e come rifiuto, alla perdita della propria identità.

“La mia vita” è “martoriata nell’animo e nel corpo, dove porto ancora i segni, quei segni che mi vennero inflitti da spietati aguzzini”. (Alma, “Adelina”, ex schiava del racket della prostituzione, oggi impegnata nella lotta alla tratta)

Nell’intervista rilasciata nel 2015 a L’Espresso, Princess, costretta a prostituirsi nel quartiere Ballarò di Palermo, dopo aver denunciato il proprio aguzzino, raccontò, in particolare, delle violenze subite durante il viaggio:

«Il gruppo di pick-up su cui viaggiavo nel deserto con altre dodici ragazze è stato fermato più volte. Ogni volta i militari hanno potuto fare di noi quello che volevano (…) Minacciate dai fucili, siamo state violentate e offerte ai militari in cambio dell’immunità degli altri, per far passare indenne il convoglio. Opporsi era impossibile: si rischiava di essere uccise o abbandonate nel deserto».

Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) e l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc) sarebbero, oggi, circa 21 milioni le persone, nel mondo, vittime di tratta, se si considera non soltanto quella a scopo di sfruttamento sessuale, ma anche altre forme di schiavitù, come il lavoro e l’accattonaggio forzati, l’espianto di organi, le forme di servitù domestica, i matrimoni forzati, le adozioni illegali. Quello degli esseri umani è un business molto redditizio per i trafficanti e gli sfruttatori – ritenuto, infatti, tra le attività illecite, il più redditizio dopo il traffico di droga e quello di armi.

Michela è la referente per il servizio Antitratta dell’Associazione Papa Giovanni XXIII per Verona e Vicenza. Con gli altri volontari esce di notte in strada per incontrare e ascoltare le ragazze vittime della tratta, tentare di portarle via dalla strada e seguirle poi nella fase successiva, quando vengono accolte nelle strutture che le aiutano a cambiare vita. Il suo telefono è attivo 24 ore su 24 e, in base alla telefonata ricevuta, c’è sempre una macchina pronta a partire per affrontare un’emergenza.

Tratta
Foto: http://3.bp.blogspot.com/

Le ragazze nigeriane”, ci racconta, “spesso sono vendute dalla famiglia, di fronte a promesse di un lavoro migliore in Europa, perché servono soldi, soprattutto nel caso delle più grandi, con molti fratelli. Altre volte, soprattutto le ragazze dell’est, le rumene in particolare, arrivano da situazioni di disagio familiare in cui il rapporto con il padre è inesistente, hanno vuoti affettivi che le portano a innamorarsi del primo uomo sbagliato che incontrano e che poi le mette sulla strada. È un altro dramma. È molto difficile portarle via.”

L’età delle ragazze, secondo quanto ci racconta Michela, sembra essersi abbassata molto rispetto agli anni passati, “a volte abbiamo la sensazione di avere di fronte anche minorenni: dicono di avere diciott’anni ma fai fatica a crederlo. La fascia d’età, comunque, è soprattutto quella compresa tra i 20 e i 25 anni”.

Foto: http://www.estense.com/
Foto: http://www.estense.com/

Il primo impatto che ho avuto con questa realtà” – aggiunge – “è stato veramente tragico: ascoltare le storie che le ragazze ci raccontavano, tutto ciò che subivano, compresi gli insulti dei clienti,… quando ho visto di cosa si trattava non ho più potuto far finta di niente e mi sono sentita, e mi sento anche ora, fortunata: se fossi nata in un contesto diverso sarei potuta essere anch’io tra di loro. Quando ascolto, per esempio, dei casi di ragazze dell’est che raccontano di avere figli e di essere disposte a tutto pur di mantenerli, io mi pongo sempre la domanda: ma io sarei arrivata fino a dar via la mia dignità per aiutare mio figlio?”

A proposito della sicurezza, propria e degli altri volontari dell’Associazione, sottolinea “Collaboriamo sempre con le forze dell’ordine, usiamo delle macchine della comunità, dei pulmini segnalati, tutto sommato ci sentiamo tutelati. Chi controlla queste ragazze sa perfettamente chi siamo. Dopo un po’ che vai in strada ci fai l’occhio alle macchine che girano. E loro sanno perfettamente chi siamo e cosa facciamo, e non ci disturbano, in una sorta di “vivi e lascia vivere”. Anche perché, portata via una ragazza dalla strada, sanno che ne arriveranno altre due o tre, perché lo sfruttamento è così. Siamo stati aggrediti una notte, ma non da sfruttatori, da gente che voleva fare una rapina alle ragazze e l’ha fatta. E noi eravamo in mezzo. La notte è anche questo, c’è di tutto, ma aver paura no. È chiaro, comunque, che non possiamo invadere troppo la vita e lo spazio delle ragazze. Se una ragazza una sera ti dice: «Non posso parlare» ha mille motivi per farlo, e quello che a noi viene in mente subito è che magari ha qualcuno che la controlla e ci andrebbe di mezzo lei. Quindi, sempre nel rispetto, chiediamo se possiamo fermarci oppure no, per evitare ripercussioni su di loro.

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