All’età di 11 anni, Lucia fa la conoscenza di un prete, figura importantissima per lei, il quale la ‘affida’ ad Anna, all’epoca 18enne. Le due donne non si separeranno mai più. Entrambe dotate di una peculiare forza di carattere, all’interno di un rapporto fatto di scambio, di reciproco sostegno, di scontro, di subordinazione, di libertà, Anna e Lucia diventano ‘sorelle’. Oltre ad un attaccamento affettivo profondissimo, ad unirle è l’opera silenziosa condotta sul territorio, attraverso molteplici canali, uno dei quali è il volontariato. Offrono oggi una testimonianza di vita e di lavoro, assieme all’espressione di un senso autentico di femminilità.

Casa Famiglia, struttura di accoglienza per diversamente abili, ha aperto le sue porte a Stato Donna. Grazie all’intervento paziente di un’amica comune, Anna e Lucia hanno invece vinto la naturale ritrosia, allo scopo di aprirsi a un diverso livello di comunicazione.*

*I nomi di persone presenti nell’articolo sono frutto di fantasia

Cos’è Casa Famiglia?

L: Casa Famiglia è iniziata 30 anni fa, per rispondere al dolore di quelle madri che si avvicinavano alla vecchiaia, e dunque alla morte, e che esprimevano il desiderio che si facesse qualcosa per i loro figli. Casa Famiglia nasce dall’Azione Cattolica e nel tempo diventa Associazione di volontariato SS. Redentore. Oggi comprende quattro rami: mensa, recupero scolastico, Casa Famiglia e gli Amici del Sabato. Dopo aver partecipato a un concorso europeo, versato una quota consistente, avuto dei finanziamenti, questo rudere fatto solamente di calcinacci e pilastri è diventato quello che è oggi. È un dopo di noi, questa è la dicitura esatta. In ogni caso, non è un’associazione esclusiva di volontariato, perché siamo convenzionati con gli enti preposti presenti sul territorio.

Però voi collaborate come volontarie…

A: Senza volontari qui non regge niente…però la Asl ha voluto che noi impiegassimo personale non volontario, essendo attiva 24h/24. È una RSA, associazione socio-assistenziale-riabilitativa.

Quali e quante persone accoglie Casa Famiglia?

L: È obbligatorio avere 10 ospiti +2 per i casi di emergenza…però noi non scegliamo i ragazzi, si riunisce un’unità di valutazione, che in base ai certificati presentati ci inoltra una domanda. Sono tutti e solo adulti diversamente abili, dai 18 ai 65 anni, senza famiglia o con famiglia incapace di mantenerli. Ad esempio, una mamma 90enne allettata, che non può occuparsi di suo figlio.

Fate questo lavoro da 40 anni: a livello umano, che rapporto c’è tra quello che avete dato e quello che avete ricevuto?

A: Intanto, chi non ha la passione, se ne va. Qui c’è quest’osmosi di persone che lavorano e che si innamorano. Succede anche a chi non si avvicinava nemmeno alla casa, perché aveva paura dei ragazzi…Per vissuto personale, non si tratta tanto di quanto abbiamo dato. Essere in questa situazione non è uno scambio, quando comprendi la relazione con queste persone, rispondi di quello che tu sei e dai, e non ti viene mai in mente di chiederti ‘cosa me ne ritorna’, perché nel momento in cui dai, ti rendi conto che quella relazione ti ha già trasformato, ti ha fatto diventare diversa.

L: bisogna innamorarsi, si

Di cosa c’è bisogno per innamorarsi?

A: Di toccare con mano, vivere l’esperienza…

L: Di essere flessibili. Una personalità rigida difficilmente entra in contatto con i ragazzi, perché poi tutte le rose hanno spine. Una persona che ti viene portata qui a 50 anni ha già un retroterra, e andare a smontare meccanismi già automatizzati è difficile. Però ci si arriva con la pazienza, con il passo, piccolo, che solo chi sta con loro può capire e apprezzare. Con la cura quotidiana…Nel ’68 quando non c’erano i testi della Erickson, io scelsi per la mia tesi di laurea un percorso per i diversamente abili, perché era normale che mi dedicassi a loro, l’innamoramento è sbocciato in maniera naturale per me

C’è chi invece si avvicina per ragioni intellettuali?

A: ci sono tutti gli approcci, ed è la bellezza di essere donne che leggono oltre. Poi, le donne leggono sempre oltre, non siamo bestie rare, riusciamo a leggere anche chi si avvicina per interesse affettivo, o di compensazione, qualcuna si inserisce perché è anziana e vuole occupare il suo spazio, vuole sentirsi utile. Ma poi questa occupazione innesca meccanismi di reazione. Qui il lavoro non è solo con i ragazzi, é anche l’interrelazione cooperazionale con tutti gli elementi che lavorano. È una ‘rete’ di comunicazione, il volontariato non reggerebbe altrimenti.

Avete mai pensato di lasciare?

A: No!

L: Assolutamente no. Quest’associazione è nata in azione cattolica, dove abbiamo da sempre saputo che la santità si realizza nella concretezza della strada…

A: …E della vita.

C’è un limite tra vita privata e l’attività che svolgete qui?

A: È un tutt’uno. Le persone che si trovano qui il sabato (I ragazzi del Sabato ndr), che lavorano, sono terapisti, laureati, insegnanti. Tra questi, ci sono donne che venendo da famiglie con un solo stipendio mettevano da pare 10 euro durante l’anno, pur di venire con i diversamente abili. Venivano con i bambini piccoli in carrozzina, e questi bambini sono cresciuti con i ragazzi disabili. Non c’è più nemmeno la differenza nel sapere chi è cosa, siamo tutti alla pari come se fossimo tutti…particolari. L’ingegnere va a braccetto, si butta a terra e gioca col ragazzo in difficoltà.

Credete che l’apporto che una donna offre sia paragonabile a quello di un uomo?

L: È proprio come siamo nella natura: le viscere e la ragione.

E le donne sono le viscere, immagino…

L: Certo. Se qui entra una delle ragazze e mi chiede una caramella, io non ce la faccio a rifiutargliela

…e un uomo ci riuscirebbe?

L: Un uomo ci riesce!

A: Io non farei una differenza di genere. Piuttosto di attitudine…

L: Io parlo nello specifico della realtà di Casa Famiglia. Una delle educatrici si è scelta il laboratorio narrativo, la cucina, i beni culturali (visita al territorio ndr). L’educatore ha scelto l’orto, il laboratorio del concime, il laboratorio per l’uso del denaro e delll’orologio. C’è una diversità di genere.

A: Nel nostro gruppo invece non c’è. Abbiamo avuto dei ragazzi che facevano la doccia ad altri ragazzi, e si prodigavano come noi donne.

Come ci si avvicina ai diversamente abili?

A: Bisogna sapere una cosa: sono i ragazzi a scegliere noi. Un ragazzo che ti ha scelto, può rifiutarti il giorno dopo, e bisogna sapersi mettere da parte. Va benissimo così, la mia funzione non è il potere che io esercito, ma è strumentale a quello che serve a loro.

Quando è successo lei ci è rimasta male, però?

A: No! Questo dico: è una scuola di formazione per noi. È il famoso distacco, è un allenamento continuo, in ogni momento. È l’esperienza di dare quello che possiamo, ci spetta solo poter dire “ho fatto quello che dovevo per quanto mi competeva”

Che tipo di operazione dovete fare su di voi? Quanta forza ci vuole?

L: Questa per noi è vita, è bello. Affinché gli operatori della casa non avessero questa difficoltà, io ho richiesto la collaborazione di una psicologa. La psicologa non serve ai ragazzi, ma a far comprendere agli operatori della Casa alcuni loro comportamenti, a far capire come si sentono dentro.

L’opera volontaria di un individuo che proviene da un percorso religioso è differente rispetto a quella di un individuo laico?

A: Questi germi di vitalità, o di presenza, femminile, in quanto donatrici, persone attive, concrete, esiste dappertutto. Il problema è quanto questo essere a disposizione diventi ruolo e quanto sia un momento per guardarsi dentro, vivere quest’occasione avuta dalla vita e guardare oltre, cambiare. È il passo oltre, quello di rendere significante e significativo quello che si fa, non tanto per quello che si può dare, ma per quello che avviene in sé. Se non si innesca il meccanismo di diventare altro ogni giorno, si può fare benissimo ma lo si fa solo per l’esterno, quando invece il passaggio è interiore. È questo passaggio che innesca la vita. Questi fermenti ci sono dappertutto, ma occorre la rete, per permettere a questa realtà fatta d’impegni di non essere soltanto “un’opera buona”

Vi ha dato di più l’apporto della vita o quello dello studio?

A: Entrambi

L: Tutti e due, fondamentali.

Senza essere psicologhe o psichiatre, si arriva a comprendere?

A: Noi abbiamo sempre studiato, ma l’amore arriva anche dove arriva il supporto dello studio.

L: Il senso del nome Casa Famiglia è proprio quello: non abbiamo neanche il camice. Ognuno ha il suo ruolo, come in una famiglia. Quando volevano imporci il cartellino, abbiamo detto di no: questo ha dei benefici, ma anche degli svantaggi. Ad esempio, i ragazzi rispondono, proprio come i figli; perché si fidino di noi, può passare molto, molto tempo. Bisogna trovare una chiave di accesso, per aprirli. Spesso si tratta di intrecciare fili che si rompono, che vanno riallacciati, perché hanno alle spalle storie molto difficili, di rifiuto familiare. Fare la felicità di Giovanni, per dire, significa anche occuparsi della felicità di sua madre…

La vostra è un’opera silenziosa. Per quale motivo non volete comunicarla maggiormente?

L: Siamo molto conosciute in realtà, ma la carità si fa in silenzio: “la destra non sappia cosa fa la sinistra”. Perché è questione di carattere, perché si potrebbe dire che il nostro servizio sia reso allo scopo di avere successo. Al di là del compenso, le ragioni per farsi conoscere possono essere molte. Per combattere il delirio di onnipotenza dell’uomo bisogna verificarsi continuamente, chiedersi per chi e per cosa si opera: è un amore pulito o c’è qualcosa dietro? Quando vuoi dare le tue competenze all’altro, aiutare a crescere, allora è un amore pulito.

Vi è mai capitato di non trovare la ‘strada’?

L: In questa realtà mi è sempre capitato di trovarla, ma se dovessi spiegare come, non saprei farlo. Si è trattato di sensibilità?

Quanto bisogno c’è di volontariato, oggi?

L: La società sta avendo una crisi epocale. Non volevo crederci quando lo sentivo dire, ma è nato un mondo nuovo. Si dovrebbe prendere coscienza di ‘dover fare’ per gli altri, e non viceversa. C’è più bisogno? Diciamo che prima era una cosa spontanea, oggi ci si deve riflettere, ed è una scelta.

Si può definire una cosa come la felicità?

L: Io so una cosa: che quando torno a casa apprezzo tutti i gesti che mio marito fa, ancora di più da quando sono a Casa Famiglia. Il distacco e l’attaccamento mi danno una serenità d’animo. Le dita della mano non sono tutte uguali, così neanche le persone, questo me l’hanno insegnato qui. Ho imparato a leggere negli occhi dei ragazzi, poi questa capacità me la sono portata a casa. Amo il triplo mio marito rispetto a prima, perché mi rendo conto degli sforzi, della pazienza che ci vuole per stare calmi, o per tornare all’attacco. La mia felicità è tornare a casa e trovare il nido caldo, perché qui prendo calore e lo riverso dappertutto. Mi è impossibile dire “non me ne importa”. Per me si tratta di questo.

Casa Famiglia, Manfredonia casa-famiglia-neve-Copia[1]
Casa Famiglia, Manfredonia ph.http://www.volontariatossredentore.it

 

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